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(Enrico) Riccardi – Parapapà (1980 – LP)

Enrico Riccardi ParapapàUno dei più famosi divertissement musicali nella carriera della grandiosa Mina è senza dubbio “Ma Che Bontà”, inclusa nel suo LP “Mina Con Bignè” del 1977, uscito come doppio insieme al disco di cover “Mina Quasi Jannacci”, poi ristampato autonomamente. Quel delizioso motivetto con chitarra sbarazzina e armonia di zufolo ricamava l’esilarante interpretazione della Sig.ra Mazzini nei panni di una saccente sciùra snob milanese, la cui autoreferente conoscenza gastronomica andrà smentita dal finale scatologico della canzone. Un vero spasso musicale nato dalla penna di uno dei più bizzarri e talentuosi compositori melodici italiani, Enrico Riccardi.

Basti pensare ad alcune delle sue creature musicali più famose: “Zingara” di Iva Zanicchi, “Io Mi Fermo Qui” dei Dik Dik o “Mediterraneo” di Milva (tutte rimaste nella memoria musicale collettiva dei più attempati aficionados di melodia italiana) per far capire il calibro del protagonista. Riccardi si cimentò con alcune incursioni musicali a 45 giri all’epoca del beat con lo pseudonimo di Rico Riccardi, poi il sodalizio con il paroliere Luigi Albertelli e l’inizio di una vera carriera autoriale ricca di successo e soddisfazioni.

Nel 1980 il Nostro, avendo avuto praticamente carta bianca dalla RCA, volle tornare personalmente alla musica (per una volta) pubblicando “Parapapà”, stramba raccolta di canzoni prodotte dall’amico Roberto Danè e composte con il solo intento di divertire il suo strampalato autore, oramai diventato compositore affermato. Il pezzo d’apertura “Hawai Hawai” (uscito anche in 45 giri) fa il verso all’amico Paolo Conte cantando di calura e di feste in terrazza, poi arriva “Tandem”, ballata nostalgica su una presenza femminile dei tempi andati (“Mi maritò / perché io la portavo in tandem / a consegnare le vestaglie / che lei faceva a cottimo / la notte”).

A seguire “Marlene Dietrich”, delirante dedica alla famosa attrice, ibrido canoro tra Daniele Pace degli Squallor e (di nuovo) Paolo Conte (ma sia l’avvocato di Asti che Riccardi, nato a Tortona, sono di origini piemontesi per cui li accomuna l’intonazione dialettale del cantato). “Sospiro d’Amore”  e “Napoli” invece sono due episodi melodici trascurabili.

Enrico Riccardi Parapapà“Il Pistolino” assomiglia ad uno sketch osè del compianto Erminio Macario, incentrato su un bambino che mostra i genitali a tutti i parenti, spassosissimo e alquanto demenziale. Purtroppo (o per fortuna) da questo pezzo in poi l’atmosfera complessiva del lavoro scivola nel greve: “Che Bestia” racconta di un incontro con un trans in un cascinale di campagna su un valzer da osteria e anche il testo non va per il sottile: “Essendosi messo / un po’ di tre quarti / ero indeciso / se aveva il pisello / oppure era una scrofa / da portare al macello”. 

Gli fa da pari “Giro di Blues”, riflessione ben poco onirica sulle abitudini sessuali nelle varie civiltà umane: “Ai tempi dello yeti / si faceva l’amore / strappandoci i peli dal petto / e urlando di dolore / … / ai tempi dei Romani / tra un Bruto e un Cassio / si praticava l’amore / o ti giri o ti lassio / … / ai tempi del Medioevo / tolto i ferri alla gnocca / col cavaliere lontano / dai, sotto a chi tocca”. 

A questo punto mi chiedo: ma questa è la vera anima di colui che ha composto roba come “Piccola e Fragile” di Drupi e praticamente tutto il primo LP di Loredana Bertè Streaking”? Uno sbracato doppiosensista in crisi priapica di mezz’età oppure un bizzarro artista mai troppo cresciuto, assiduo frequentatore di postriboli e studi di registrazione?

Alla fine del 33 giri arriva la versione originale di “Ma Che Bontà”, meno sincopata ma più country, con la vocina frivola di Riccardi che ricorda quasi le inflessioni di Paolo Poli e del suo cabaret. L’ultimo pezzo, “La Televisione” è l’apoteosi della sfrontata follia del suo autore; dapprima un annuncio di servizio: “Previsioni del tempo: pioggia. / Per chi si dovesse mettere in viaggio / prevediamo grandi rovesci di pitali / e forte vento”. A questo segue un delirio di teledipendenza a base di voce distorta fino a sfociare in una marcetta il cui coro ripete ad libitum:  “E la televisione / rincoglionisce tutta la nazione / è la televisione / parapappapà”. Fuori di testa ma inequivocabilmente profetico, se non altro!

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Chissà perché ho sempre istintivamente accostato questo disco a un’altra opera di culto: Liberovici” di Andrea Liberovici (1980), album anch’esso uscito dalla penna di un autore musicale in vena di trasgressioni sonore ludico-libidinose. Dischi di per sé non tanto destinati ad aprire nuove carriere per i loro autori, quanto a fare da outing sonoro alle loro personalità eccentriche, un privilegio permesso a pochi a quell’epoca, figuriamoci adesso.

“Ma che cosa sarà mai questa robina qua? Cacca!”

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