Carl Lewis Discografia
Carl Lewis a Los Angeles nel 1984

Per raccontare questa storia voglio partire da lontano, vale a dire da un’anonima serata del 1989. Una delle tante della mia infanzia in cui mi divertivo a guardare, sulla piccola televisione portatile in camera dei miei, le puntate di uno dei mantra dei quiz italiani del tempo: Telemike.

La trasmissione era particolarmente intrigante per un bambino di 7 anni: oltre all’adrenalina del gioco, proponeva ospiti di tutto rispetto, pescati tra il parterre di star intercontinentali, ma anche tra persone comuni, che davano sfoggio delle loro abilità  o raccontavano le loro storie di vita. Immaginate allora il gasamento quando, nei primi minuti introduttivi dello stacco pre-pubblicitario, Mike Bongiorno promise una puntata con due ospiti mozzafiato: l’uomo più veloce del mondo e la macchina più veloce del mondo.

Ora: se la macchina, che in realtà  si rivelò essere la bat-mobile del primo film di Tim Burton sul supereroe mascherato, in una delle più classiche marchette promozionali, soddisfece parzialmente le mie aspettative (pur senza compiere nemmeno mezza sgasata), lo sgomento più totale arrivò quando il secondo ospite della serata entrò in scena.

Carl Lewis Discografia
Carl Lewis nel 1978

All’epiteto “l’uomo più veloce del mondo” infatti un bambino medio degli anni ’80 come me associava una specie di cyborg con costume alla Flash, fisico alla Ivan Drago ed entrata alla Ultimate Warrior. Potete quindi immaginare la delusione quando invece si presentò questo ragazzone americano di nome Carl Lewis, smilzo, vestito in abiti normalissimi e con un taglio di capelli alla Theo dei Robinson. La ciliegina sulla torta arrivò quando il buon Mike rivelò che Carl aveva in serbo per il pubblico italiano una grande sorpresa. La mia speranza di vedere uno scatto alla Road Runner con traccia infuocata svanì ben presto quando il presentatore dichiarò che, oltre ad essere un grande atleta, Carl era un talentuoso cantante.

Ma come, l’uomo più veloce del mondo con un microfono in mano che canta uno slow jam? Fu troppo anche per me: in quel momento iniziai a dubitare persino di una delle mie convinzioni, vale a dire che Mike Bongiorno fosse diretto discendente di una strana divinità che gli dava la facoltà  di conoscere tutte le risposte alle domande che faceva ai concorrenti. Un vero e proprio Götterdämmerung, forse il primo attimo della mia vita da adulto.

Carl Lewis Discografia Goin' For The GoldLa seconda parte di questa epopea ebbe luogo agli albori di internet: già, perché quel trauma di delusione infantile rimase nel mio subconscio fino all’arrivo dei software di condivisione musicali. Ai tempi si faceva gara nel ricercare i pezzi più strani da scambiarsi tra amici su CD riscrivibili, per comporre le più improbabili playlist.

Ecco allora riaffiorare il ricordo della carriera musicale del Figlio del Vento, i cui pezzi effettivamente erano presenti tra i server di Napster. Scoprii quindi che il plurimedagliato eroe olimpico, atleta che avevo in seguito imparato ad apprezzare grazie ai suoi incredibili record, aveva un vero e proprio pallino per la musica, che l’aveva portato a realizzare ben due album in studio, nonché una serie di singoli che avevano goduto, nella seconda parte degli anni ’80, di una relativa popolarità dovuta alla fama del personaggio sportivo.

Dovetti aspettare l’arrivo di YouTube per apprezzare i misconosciuti videoclip ad essi abbinati: a quel punto l’opera era compiuta. Non potevo quindi esimermi dal raccontarla alla platea di Orrore a 33 Giri, luogo in cui cotanto splendore è degno di essere donato alla posterità.

Venendo alla musica, la produzione musicale di Carl Lewis si articolò, come detto, su due album e ben sei singoli, dati alla luce in un lasso di tempo compreso tra il 1984 e il 1988.

Carl Lewis Discografia IdatenIl pezzo d’esordio, Goin’ for the Gold, fa presagire una toccata e fuga nel mondo della produzione musicale per l’atleta: il classico pezzo di black music un po’ funky un po’ dance, autocelebrativo delle gesta sportive del protagonista, la cui voce è accompagnata e mascherata da quelle femminili. Il tutto in una perfetta atmosfera reaganiana, come non guastava in quegli anni, strombazzate di gloria iniziali comprese. Nulla di così tragico, insomma.

Non si può dire lo stesso del primo album, Idaten (che potremmo tradurre come “gran corridore”, e ti pareva), realizzato nel 1985 in collaborazione coi carneadi Electric Storm su etichetta giapponese Rev.Star.

Qui le velleità  artistiche di Carl Lewis si fanno ben più pretenziose, purtroppo con scarsi risultati. Se in pista infatti l’atleta macinava prestazione su prestazione, di certo non brillava per abilità  canore. O meglio, non tali da permettergli di sfornare un prodotto che si distaccasse dalla produzione funky coeva, che finiva invece per naufragare nella solita anonima paccottiglia.

Dall’album furono tratti due singoli: He’s a Star, ennesima riproposizione del cliché autocelebrativo completata sul lato B con il pezzo Come Back My Baby Girl e l’anno successivo Love Will Do, escursione nel funky romantico edito nel mercato giapponese ed accompagnato sul retro dalla sorciniana Love Triangle, che con il pezzo di Renato Zero aveva ben poco cui spartire.

Il peggio però doveva ancora venire: dobbiamo attendere il 1987 per assistere al parto del secondogenito Modern Man, album che segna il definitivo passaggio di Carl Lewis dalle sonorità funky a quelle pop, pur sempre “molto ballabili”. Ufficialmente il disco venne pubblicato dalla misconosciuta WML Records, ma di fatto si tratta di un’autoproduzione mascherata: il nome dell’etichetta (che non ha prodotto null’altro) non è che l’acronimo di William McKinley Lewis, padre di Carl, scomparso quell’anno per un tumore.

Dagli 11 pezzi in scaletta troviamo ben tre 45 giri: Break It Up (già pubblicato l’anno prima), In The Dark e Lovers Don’t Talk. Non vale la pena soffermarsi tropo sulla qualità dei singoli brani che potete ben immaginare solo ammirando le imagini del videoclip di quest’ultima.

Vale la pena però spendere alcune parole per Break It Up, tuttora ricordato negli Stati Uniti come esempio di flop musicale da insegnare nelle scuole, a causa di un’interpretazione stentata e di un videoclip poco più che amatoriale, che ritrae l’atleta nel bel mezzo di una sessione di allenamento, tra pesi e piegamenti, indossando un’ambigua tutina nera con pose ammiccanti, circondato da bionde in body coi capelli sparati a mo’ di brutta copia di Jem e le Holograms. A completare il triste quadretto una vecchia in costume intero, occhiali da sole e bolle di sapone, con cui Carl marpiona in piscina, mentre sullo sfondo scorrono le immagini delle sue imprese sportive.

Come se tutto questo non bastasse, il lato B del singolo propone una versione della hit in spagnolo, Quebra la in cui Lewis sfoggia un castiglianaccio da gringo con la pia illusione di ammiccare alla minoranza ispanica o al mercato sudamericano.

Al termine di questo allucinante viaggio viene da chiedersi che cosa abbia portato un atleta leggendario come Carl Lewis, detentore del record di edizioni consecutive di olimpiadi medagliate (dieci allori su quattro edizioni spalmate tra 1984 e 1996), vera e propria icona dell’atletica, a sputtanarsi in questo modo inseguendo un successo musicale che, visti i mezzi vocali, non avrebbe mai potuto arridergli.

Ancora più tenera fu la buona fede di Mike Buongiorno, che tentò di far passare una stella indiscussa dello sport come abile canterino. A posteriori, al grande Mike dò tuttavia il beneficio del dubbio, certo che mai si sarebbe prestato al gioco qualora avesse potuto prevedere l’epic fail canoro dell’atleta che sarebbe avvenuto qualche anno più tardi: correva il 1993 ed invitato ad eseguire dal vivo l’inno nazionale americano in occasione delle NBA Finals tra New Jersey Nets e Chicago Bulls, il nostro sfoderò una delle stecche più epiche della storia musicale mondiale, tanto che la sua performance viene tuttora ricordata come una delle peggiori profanazioni di The Star-Spangled Banner. Quando si scherza con l’orrore musicale, il salto da hero a zero è tutt’altro che lungo, e certamente insidioso anche per un eroe olimpico come Carl Lewis.

Discografia

Album

  • 1985 – Idaten (pubblicato solo in Giappone come Carl Lewis & Electric Storm)
    • A1. Come Back My Baby Girl
    • A2. The Feeling That I Feel
    • A3. I’ll Keep You Through The Night
    • A4. When The Party Starts
    • B1. He’s A Star
    • B2. Lovin ’You
    • B3. Fever In The Night
    • B4. Takin That Second Look
  • 1987 – Modern Man
    • A1. Modern Man
    • A2. Paris By Night (Sous Le Citel De Paris)
    • A3. Just Another Night
    • A4. Lover’s Don’t Talk
    • A5. Too Late
    • B1. In The Dark
    • B2. Love Triangle
    • B3. Something Keeps Calling Me Back (To You)
    • B4. Don’t Give Up
    • B5. I’ll Keep You Through The Night
    • B6. Break It Up

Singoli

  • 1984 – Goin’ For The Gold (Dance Mix)/Goin’ For The Gold (7″ Version)/Goin’ For The Gold (Rap Version)
  • 1985 – He’s A Star/Come Back My Baby Girl/The Song For Children (Instrumental) (pubblicato solo in Giappone come Carl Lewis & Electric Storm)
  • 1986 – Love Will Do/Love Triangle (pubblicato solo in Giappone)
  • 1986 – Break It Up/Quebra La
  • 1988 – In The Dark/I’ll Keep You Through The Night (pubblicato solo in Scandinavia)
  • 1988 – Lovers Don’t Talk/Love Triangle (pubblicato solo in Scandinavia)

4 COMMENTI

  1. Se non ricordo male era il suo rivale storico, Ben Johnson, che era dopato. Ed a cui hanno tolto tutte le medaglie/vittorie.

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