07 aprile 2008

Zee - Identity (1984)

Zee - IdentityCome tutti sappiamo, la metà degli anni '80 non è stato un bel periodo per i Pink Floyd. Del 1984 in particolare si ricordano più le dispute legali che i lavori dei singoli componenti: dopo aver praticamente smontato il gruppo, Waters scopre "i pro e i contro dell'autostop" mentre fa scattare le valigette degli avvocati contro Gilmour ("Pink Floyd c'est moi"). Quest'ultimo, pur infastidito, trova in "About Face" una via di fuga al suo ruolo di chitarrista-simbolo della band più amata al mondo.
Nick Mason si prepara a licenziare il suo secondo album solista mentre accresce a vista d'occhio la sua già preziosissima collezione d'auto d'epoca: in fondo, è quello che se la passa meglio.
Invece, per Richard Wright, 39 anni di cui 19 passati con i Floyd, sembra che le cose non vadano così intensamente.

Lui, un tempo bellissimo e tenebroso, già da cinque anni viene visto da tutto il mondo come l'anello debole della band: mai stato un virtuoso, sempre nel retroscena dei pezzi migliori, sempre modesto, sorridente e tranquillo, non regge più alla prepotenza di Waters. Divorzia dalla moglie, cede alla cocaina (si dice…), viene malamente allontanato dalla band e gioca da dipendente stipendiato fino al 1981. Poi molla definitivamente tutto.
Occorrerebbe un'autobiografia per capire cosa fece Richard Wright dal 1982 al 1984, ma non credo che attraversò un periodo felice: il suo progetto "Identity" con gli Zee del 1984 ne fu la somma algebrica e la prova finale.

Il disco esce il 9 aprile del 1984 in veste quasi anonima: bruttina la copertina e scarne le note. Si sa per certo che il gruppo è sostanzialmente formato da un duo in cui, oltre allo stesso Wright, c'è anche un certo Dave Harris, ex-cantante dei Fashion. Entrambe si cimentano nelle percussioni elettroniche e soprattutto nell'uso del modernissimo sintetizzatore "Fairlight" Serie IIx che, da solo, è in grado di replicare un'intera orchestra per la stratosferica cifra di 30.000 sterline di allora.

Atmosfere cupe, dicevamo, frammentate e solo stemperate a tratti da qualche indeciso rimbalzo di luce solare ("Confusion" e "How Do You Do It" - un pallosissimo polpettone elettro-pop il primo ed una sottospecie di aborto pop la seconda ndV). C'è molta coazione al ricalco di luoghi comuni già presenti da tempo nella scena inglese: "Voices", "Private Person" e "Strange Rhytm" sembrano provini (o meglio brutti scarti ndV) dei primi Depeche Mode (che però avevano già abbondantemente superato la loro prima fase technopop).

In un orgia di percussioni campionate e fraseggi rapinati da una sonnolenta Soho notturna si sviluppa "Seems we were dreaming" (bonus track presente solo nella versione su musicassetta e ristampa su CD), mentre "Cuts like a Diamond" rimane la più Pinkfloydiana di tutto il disco, con tanto di assolo di chitarra campionato, ma è pura citazione: il resto fa veramente tenerezza.
Più che un disco organico quindi , si potrebbe pensare a questo "Identity" come uno sfogo liberatorio da parte di Wright: senza pretese e senza più freni inibitori… come se fosse tornato quel ragazzino di Hatch End che manipolava il Farfisa con i Sigma 6.
"Ho potuto permettermi di fare quel che volevo. E' riuscito male? Pazienza… ora sono libero e ricco!"… non è mica da tutti, no?
J.J. John

Tracklist:
01. Confusion
02. Voices
03. Private Person
04. Strange Rhythm
05. Cuts Like A Diamond
06. By Touching
07. How Do You Do It?
08. Seems We Were Dreaming
09. Eyes Of A Gipsy (bonust track - solo CD e MC)

3/Blogger
/Facebook

3 commenti:

Erano anni che cercavo qualcosa su questo meraviglioso fallimento! Grazie!

Marco Maggiore

beh ad ascoltare pensavo decisamente peggio...alla fine è un disco figlio dei suoi tempi che per certi versi puo' ricordare i depeche di construction time again...ma forse anche di black celebration, che pero' è stato pubblicato molto dopo e dimostra palesemente che il periodo technopop i depeche non l'avevano affatto superato, anzi. Ci sono degli innesti black e alcuni arrangiamenti non male: sono d'accordo che non brilla per originalità compositiva ma non è neanche una merda , insomma.

Sarà anche stato un fallimento commericale, ma a me sembra un disco ben costruito, raffinato, a tratti colto. Può disturbare sentire arrangiamenti così lontani dal suono dei Pink Floyd: chi ama solo i Pink Floyd non lo ascolti. Io vi scorgo spesso la genialità che Wright ha espresso sempre nelle composizionin floydiane e negli album da solista (Broken China, certamente, ma in forme più semplici anche in Wet Dream).
Paolo 1965.

Posta un commento

I commenti su Orrore a 33 Giri sono assolutamente liberi, perchè crediamo sia giusto lasciare piena libertà di opinione ai lettori anche se completamente diversa dalla nostra; ci riserviamo però il diritto di eliminare il tutto senza alcuno scrupolo qualora:
- venga superato il limite dell'indecenza
- dovessero essere inseriti link a siti per pubblicità o simili
- vengano insultati terzi o altri lettori
Per tutti i dettagli sulla policy del sito vi rimandiamo al disclaimer.

Gli off topic vanno bene, ogni tanto, ma non abusiamone. Se volete contattarci vi preghiamo di fare riferimento alla pagina apposita per i contatti.
Ovviamente è cosa gradita firmare i vostri commenti visto che noi lo facciamo con tutti gli articoli che pubblichiamo.

Se vuoi seguire la conversazione iscriviti al feed dei commenti.