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10 geni incompresi di Sanremo anni 2000

10 geni incompresi di Sanremo anni 2000

Il baraccone di Sanremo da sempre e per sempre trascina con sé una pletora di personaggi di diversa risma. Una fauna che dal nuovo millennio è diventata ancor più eterogenea e interessante come nelle migliori tragedie shakespeariane; sfogliando l’album del Festival degli anni 2000 troviamo quindi:

  • i veri campioni, ormai praticamente estinti come i dinosauri, quelli con la C maiuscola, quelli in grado di incantare la platea, di mettere d’accordo critica, giuria popolare, classifiche discografiche e creare tormentoni radiofonici;
  • i raccomandati, quelli che vedi solo al Festival e ti chiedi che cosa diavolo facciano per i restanti 360 giorni dell’anno, chiaramente capitati lì con le loro canzoncine insulse perché amici di qualche pezzo grosso;
  • gli improponibili, personaggi onestamente fuori contesto ma che aggiungono pepe alla competizione e a volte la sfangano alla Steven Bradbury alle Olimpiadi di Salt Lake City;
  • gli evergeeen, star ben stagionate che non hanno nulla da dimostrare e nulla da perdere e sono lì solo per il gusto di rimettersi in gioco e magari con l’occasione ne approfittano per fare un po’ di cure termali sulla riviera ligure;
  • i disperati, meteore o star del passato cadute in disgrazia che improvvisamente riemergono dal nulla per giocarsi l’ultima possibilità di rimettere in sesto la carriera e pagare le bollette insolute;
  • i talent made, la generazione recente nata dal fenomeno dei talent show, invisi a molti ma amati da tanti giovanissimi e quasi sempre ripagati con successi di vendite (e se va anche di culo o se arrivano le spinte giuste ci scappa anche la vittoria).

Poco però viene detto e scritto sui geni incompresi, quegli artisti che portavano in dote un potenziale eterogeneo per essere protagonisti del Festival ma che non lo hanno saputo sfruttare o che, semplicemente, erano troppo diversi per una platea borghese e reazionaria come quella di Sanremo. Ecco quindi una classifica per ridare voce a questi eroi incompresi del primo decennio dei 2000, cercando di riabilitare le loro performance o, semplicemente, ripercorrere storie di orrore musicale per celebrare questi splendidi personaggi nazional-popolari che aggiungono quel tocco naïf  o solo kitsch al Festival più amato e odiato dagli italiani.

#10: Quintorigo (2001)

Non potevamo che iniziare con i Quintorigo, veri geni musicali che dopo la loro prima apparizione all’Ariston nel 1999 con l’incompresa “Rospo” approfittarono della sciagurata cornice di Sanremo 2001 (quella presentata da Raffaella Carrà con Enrico Papi e Massimo Ceccherini) per proporre con la loro “Bentivoglio Angelina” una personale sperimentazione musicale con un testo che parla di omicidio a sfondo sessuale su un arrangiamento strumentale e vocale come sempre esuberante e originale. Forse non si ricordavano che il Festival di Sanremo è un pessimo luogo per osare e per offrire qualcosa di nuovo: infatti nessuno a parte l’orchestra capì la genialità del pezzo e i Quintorigo finirono mestamente penultimi, togliendosi però lo sfizio di vincere il premio per il miglior arrangiamento. Giusto per tenere alta la bandiera del coraggio.

#9: Piotta (2004)

Può sembrare incredibile a prima vista, ma Piotta fu uno dei pionieri della musica rap nella competizione ligure: l’edizione 2004 infatti vide ai nastri di partenza “Ladro di te”, una dichiarazione d’amore a un’ipotetica miss da parte del buon Tommaso Zanello. Sul solco tracciato tre anni prima dai Sottotono, Piotta cerca in primis di sdoganare se stesso dal personaggio coatto appiccicatogli addosso dal tormentone del “Supercafone” e anche il rap a Sanremo, puntando sulla tematica amorosa, poiché presumibilmente la robba coatta e il vespino bordeaux sarebbero stati troppo anche per l’effetto simpatia. A dispetto del tentativo e del pezzo che in sé non era neppure malaccio, il nostro eroe non andò oltre l’ultimo posto, umiliato persino da colossi quali le Las Ketchup in coppia con Danny Losito, Veruska (la protetta di Claudia Mori), André (scoperto da Simona Ventura e Tony Renis) e Pacifico, per la serie carneadi della musica. Era in effetti un messaggio troppo rivoluzionario per il 2004 dove il rap era ancora nicchia per pochi eletti, considerati peraltro malissimo dalla società musicale contemporanea.

#8: Lollipop (2002)

A posteriori ho deciso di rivalutare le Lollipop personaggio: 5 ragazze con i background più disparati “fuse a freddo” come vincitrici del proto-talent show Popstar, esattamente quello che accadde alle Girls Aloud in Gran Bretagna con la differenza che queste riuscirono a sfruttare l’onda lunga dei successi delle connazionali Spice Girls e All Saints, mentre le Lollipop ebbero la grossa sfortuna di arrivare troppo tardi per giocare la carta della girl band italiana e troppo presto per saltare sul carro vincente dei talent show. Le sventurate finirono in un limbo d’inesorabile mediocrità, condito da feroci critiche e immaturità canora, specie nelle tragiche esibizioni dal vivo e come da copione a Sanremo 2002 “Batte forte” fu un vero e proprio fiasco sotto tutti i punti di vista: accolto gelidamente dalla critica, dalla platea e dai telespettatori finendo al penultimo posto. Le Lollipop qualche soddisfazione comunque se la tolsero: riuscirono a battere i Timoria, desolatamente ultimi classificati del 2002 e ottennero un discreto successo commerciale, raggiungendo il nono posto nella classifica dei singoli di quell’anno alla faccia di Sanremo. Chissà come sarebbe andata cinque anni prima o dieci anni dopo… Purtroppo non lo sapremo mai.

Leggi anche:  Le 10 canzoni più improbabili di Sanremo anni '90

#7: DJ Francesco (2004, 2005 e 2007)

Sebbene uno che prende la vita come Francesco Facchinetti rimanga un genio a prescindere (sono ricco, faccio il cazzaro, mi diverto e mi pagano anche tanti soldi), la genialità latente del suo personaggio non è stata colta dalla platea ingessatissima del teatro Ariston che ha sempre relegato il figlio di Roby Facchinetti dei Pooh ai ruoli di macchietta, figlio d’arte, raccomandato e chi più ne ha più ne metta, purché in chiave negativa e come dargli torto? A posteriori occorre rivalutare quindi la figura del Francesco personaggio, inserendolo in quel continuum di eterni Peter Pan con la valigia piena di sogni bislacchi, entusiasmo inesauribile e una sicura paghetta del papy. Nella stessa direzione vanno viste le tre partecipazioni a Sanremo: nel 2004 con la molesta “Era bellissimo” (11ª – che poi finirà nel mitico album “Bella di padella”), la seconda l’anno successivo, con “Francesca” (non arrivata in finale) presentatosi come DJ Francesco Band per questioni di regolamento del Festival e infine l’ultima due anni dopo con la più sobria “Vivere normale” (arrivata 9ª) presentandosi in compagnia del padre e di un cognome, abbandonando finalmente l’epiteto DJ (di cui continuiamo a chiederci la genesi) e contemporaneamente chiudendo la sua carriera di cantante improvvisato. Tre canzoni, tre tentativi, nulla di memorabile ma sicuramente molto meglio di tante altre ciofeche scese dalla scalinata più famosa d’Italia. Soprattutto in scioltezza e senza tirarsela. Per noi è sufficiente. Plauso a Francesco Facchinetti e alla sua onestà intellettuale.

#6: Franco Califano (2005)

Ammettiamo: trattare a pezze in faccia la buon’anima del Califfo rientra in quella categoria di sgarri che dovrebbero essere puniti dal codice penale. A dispetto di questa grande verità la cricca di Sanremo ha sempre snobbato il mitico cantautore romano ogni volta che si è presentato come interprete sul palco dell’Ariston. Nonostante i suoi gloriosi trascorsi come autore (nel 1973 “Un grande amore e niente più” fece vincere Peppino Di Capri e nel 1990 “La nevicata del ’56” cantata da Mia Martini vinse il Premio della Critica, per non dimenticare il suo geniale testo di “Che brutto affare!” di Jò Chiarello da Sanremo ’81) nelle tre edizioni del Festival (1988, 1994 e 2005) in veste di cantante non è mai riuscito a finire nemmeno nella top ten (a volte a ragione perché un pezzo come “Napoli” è francamente indifendibile). L’ultima apparizione tuttavia grida vendetta: “Non escludo il ritorno” è una struggente love story sulla lontananza e sulla giovinezza scritta a quattro mani con Federico Zampaglione che incarna perfettamente Franco Califano ormai anziano e (diciamolo) senza voce, ma che riesce a vivere il brano come solo lui avrebbe potuto fare. Nonostante questo la canzone passa in sordina e finisce esclusa dalla finale e ultima nella categoria dei Classic. Del resto l’Ariston è sempre stato severo con gli artisti de core e Califano non ha fatto purtroppo eccezione

6 Commenti

  1. Giò di Tonno? ma stai scherzando, vero? Giò di Tonno è il Gobbo di Notre Dame del cast originale di “Notre Dame de Paris”, il musical più acclamato degli ultimi anni. Credo avesse da fare un bel po’ più che spaccar pietre in un penitenziario. Non facciamo del qualunquismo da ignoranti. Bastava cercare su Wikipedia per risparmiarsi una figura di merda.

    • Svejete Ultima

      E a te bastava leggere questo articolo per risparmiarti la figura di liquame del solito trollino rosichino sfighé: ‘ao!!! ULTIMAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAA!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

  2. Wow! Che sorpresa! Il primato di Giò Di Tonno tra i geni incompresi mi entusiasma, quasi mi commuove. Me la ricordo benissimo “SENTI UOMO” del 1994, a mio avviso forse uno dei brani MIGLIORI (se non il migliore) mai ascoltato a Sanremo… “Ovviamente” (perché Sanremo è Sanremo?) finito a fondo classifica. Anche “Padre e padrone”, dell’anno successivo, non era niente male… E pure quello finì in zona retrocessione.

    Ed eccolo, 13 anni dopo, riapparire sull’Ariston per ottenere la sua vendetta: un pezzo ORRENDO sotto ogni punto di vista, interpretato da cani (Lola Ponce davvero “ulula alla luna”, per citare la Riserva Indiana), con ogni stereotipo sanremese possibile (amore amore ti amo, la bellona che non sa cantare)… e VINCE!
    Ecco, la carriera sanremese di Giò Di Tonno è il paradigma inarrivabile di quanto ne capiscano lassù di musica. Meglio non si poteva fare.

    Ma infondo mi fece piacere quella sua vittoria: come già si sarà intuito (musicalmente parlando), fra me e Giò Di Tonno fu davvero un “colpo di fulmine” in quel lontano febbraio del 1994. Lui e pochi altri, quasi tutti sconosciuti, quando ancora riuscivo a trovare qualche brano “perla” in quel di Sanremo. Ma con Giò fu diverso anche perché la folgorazione fu istantanea, al primo ascolto. E allora me lo immagino lì, dopo aver ritirato il premio, consumare finalmente la vendetta: “volevate una merdata in latrati canini? Eccovi accontentati! Avrete ciò che meritate!” Segue “mwahwahahahaha”… Infondo non è solo Quasimodo a salire sui tetti a parlare coi gargoyle. Quello è un classico del villain che meditano una cervellotica vendetta. 😀 Ed essa arrivò! Grande sberleffo, va quasi oltre Rino Gaetano che lancia le medaglie e “La terra dei cachi”.

    PS: no davvero, cercatevi i testi e i video dei 2 precedenti brani sanremesi (94 e 95), con particolare attenzione a “Senti uomo”, davvero geniale come pochissimi a Sanremo. E tenendo conto che non si trattava di un big, anzi di un moloch, alla Pierangelo Bertoli ma (all’epoca) di un totale sconosciuto… Grande Giò, solo tu (o Patrizia Bulgari) potevi vincere questa classifica 🙂

  3. Musica di Merda gli Eiffel 65??
    Ma chi pensate di essere con questi pregiudizi?
    Ma pensate di essere dei fenomeni perché ascoltate i Queen e i Pink Floyd, sminuendo la musica altrui??
    Rispettate pure il lavoro altrui.
    Avere oggi la Disco che facevano Maury e Gabri..

    • Vittorio "Vikk" Papa

      A parte che personalmente Queen e Pink Floyd faccio volentieri a meno di ascoltarli, se leggi bene quel “musica di merda” non e riferito agli eiffel 65 ma alla musica dance degli anni 2000, indubbiamente uno dei punti più bassi della musica da ballare

  4. Andrew Trashcup

    Qualche puntualizzazione su Giò di Tonno.
    Si dice “l’anno dopo per qualche strano motivo viene promosso tra i big riuscendo nella difficile impresa di finire tra i tre cantanti eliminati su 23 in gara”. Ne spiego il perché. Quell’anno parteciparono tutte e sette le Nuove Proposte dell’anno precedente. C’era una gara interna tra loro, che promuoveva i migliori quattro a competere tra i Big. Giò di Tonno non fu tra questi, ma tra i tre eliminati. Quindi non fu promosso tra i Big, anche se Wikipedia lo segnala come un escluso dei Big.
    Il motivo per cui dopo anni riapparse a Sanremo da Big fu proprio il successo con Notre Dame insieme a Lola Ponce, che lo accompagnò sul palco. Era il pezzo più sanremese dell’edizione e infatti vinse.

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